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Il 1978 in Argentina non finisce mai: quanto conta ancora la coppa di Videla.

Nella settimana successiva alla fine dei mondiali e alla sconfitta di misura in finale con la Germania, in Argentina il pallone tiene ancora banco. Come avevamo gia’ raccontato la striscia di vittorie brasiliane del seleccionado  aveva alimentato una sorta di epopea nazionale fatta di sfotto’ ai Brasiliani, trasferte di massa e perfino di dibattiti femministi sui muscoli di Lavezzi. E’ quindi normale che l’attenzione verso l’evento che ha totalizzato la comunicazione mediatica nell’ultimo mese non si spenga molto in fretta, fra asprissime critiche a Messi e discussioni sulla festa, poi diventata guerriglia urbana, successiva all’eliminazione .

Non e’ dato sapere quanto a lungo questa Coppa del Mondo rimarra’ nella memoria collettiva degli Argentini, la vittoria “quasi in casa” sfumata, la sensazione di aver ricevuto un altro “sgambetto” dalla Fifa con il rigore non convalidato dall’arbitro italiano .  Quel che e’ certo e’ che un altro mondiale occupa stabilmente un posto speciale nella coscienza di molti cittadini del paese sudamericano. Lo conosciamo tutti: e’ la Coppa del 1978, organizzata dalla giunta militare mentre militanti di sinistra e lavoratori “scomparivano” gia’ a migliaia,vinto dal paese ospitante anche in forza di qualche “aiutino” interessato (il 6-0 con il Peru’ in semifinale, ad esempio, maturato dopo una “visita” di Videla negli spogliatoi). Seppure lontano da essere definito “il mondiale della vergogna” come fecero i giornalisti europei, la prima coppa del mondo argentina e’ tuttora vivido motivo di riflessione sulla propria recente, tragica, storia.

Perfino “Paka paka”, il canale per  bambini del governo  che tratta spesso di calcio, non si sottrae al compito. Il glorioso mondiale della prima stella, celebrato successo della storia patria, viene presentato al piccolo pubblico senza mezzi termini: una copertura per la cruentissima violazione dei diritti umani in corso, che i giocatori hanno vinto “nonostante” questo piano del governo. Merito senz’altro del clima politico-instituzionale installatosi nel Paese da un decennio, favorevole alla costruzione di una memoria “collettiva” delle atrocita’ dell’ultima dittatura (1976-1982), come dimostra anche la vicinanza tra il kirchnerismo e almeno una delle associazioni delle “madres de plaza de mayo”. Se il ruolo nel mondiale della giunta militare viene denunciato senza fare sconti, la vittoria in se pero’ non si tocca. Perche’ l’inserzione del mondiale ’78 nella memoria collettiva degli Argentini e’ un processo ambivalente, disputato, che da conto non solo delle molteplici anime del Paese, ma anche del complesso rapporto che lega un’affermazione sportiva del genere al potere e alla societa’. Non c’e’ alcun dubbio infatti che la coppa abbia dato lustro alla leadership di Videla, ma cosa ci dicono allora le foto delle famiglie di desaparecidos che guardano le partite in tv, oppure i festeggiamenti dei tanti Argentini espatriati a causa della dittatura? Che e’ difficile ascrivere un evento del genere al successo di un settore solo della societa’, appunto. Anche perche’ l’organizzazione del mondiale ha finito per rivelarsi un boomerang per l’immagine della giunta militare, con il governo costretto ad ideare la famosa campagna mediatica “Los Argentinos somos derechos y humanos” del 1971 in risposta al successo comunicativo del boicotaggio internazionale.

Proprio da un salto temporale tra quella campagna di boicottaggio e l’opposizione odierna dei movimenti sociali alla Coppa del Mondo 2014 parte la giornalista e disegnatrice grafica argentina Marta Almeida  per analizzare la comunicazione della sinistra europea rispetto ad Argentina ’78, in un recente incontro pubblico all’istituto di ricerca “Gino Germani” dell’Universita’ di Buenos Aires. Un mondiale che comincio’ con una parata ginnica di apertura sinistramente ripresa da Berlino 1936 e sulle note dell’inno firmato Ennio Moricone (sic), e che vide tuttavia una scarsa intervenzione da parte dei militari sugli aspetti iconografici della manifestazione. L’ideazione di tutte le grafiche della Coppa era stata infatti commisionata nel 1974 e, anche se con qualche ritardo, termino’ in ogni caso ben prima che i militari potessero metterci le mani sopra. Con una eccezione, un piccolo gauchito, dal gaucho, il “cowboy” della pampa argentina, e che infatti stona vistosamente con il resto. Questo piccolo tocco di identitarismo, che piu’ rimase nella memoria degli Argentini come simbolo del mondiale, fu pero’ completamente ignorato dalle “contro-grafiche” del comitato di boicottaggio. I movimenti europei (in realta’ solo francesi e tedeschi) che la Almeida analizza abbandonarono infatti in linea generale le rappresentazioni piu’ “caratteristiche” del continente latino-americano usate in altre campagne, incentrando quasi tutta la loro comunicazione su paralleli fra la dittatura argentina e quelle europee di trent’anni prima, tra i desaparecidos e i campi di sterminio.

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Da qui anche una proposta di analisi politica rispetto al boicottaggio: le siniste europee erano piu’ interessate a parlare alle loro rispettive societa’ che agli Argentini, tentando contemporaneamente di “fare i conti” con il proprio oscuro passato. Inoltre risulta che ben pochi degli Argentini rifugiati in Europa all’epoca presero parte alla campagna, e senz’altro non lo fece chi era rimasto, non solo per il pericolo costituito dalla feroce repressione a cui sarebbero andati in contro, ma per la scarsa penetrazione nel paese del messaggio del boicottaggio. Altre fonti raccontano invece di volantini del comitato internazionale fatti circolare dalle formazioni guerigliere che si opponevano alla dittatura, anche se in poche copie. Di certo a quasi quarant’anni di distanza la memoria di quel boicottaggio non e’ rimasta impressa a molti a queste latitudini, segnalando una sorta di divaricazione fra il successo internazionale che ebbe e le scarse ripercussioni interne, e fornendo utili spunti di riflessione sulla necessita’, attualissima, di organizzare simili boicottaggi senza scadere in una visione “occidentalista” del mondo, dalle olimpiadi Pechino a Brasile 2014.

Ma i paralleli con il mondiale appena concluso non finiscono qui. Mentre in Brasile si discute del futuro degli stadi, delle ingenti spese sostenute dal governo e del rapporto con gli  interessi privati,  e’ interessante parlare di  un piccolo precedente nel mondiale argentino. La storia del’hotel “Bauen” di Buenos Aires, recuperato e gestito dai lavoratori dal 2003, e’ ben conosciuta in europa, simbolo dell’ondata di occupazioni di fabbriche e imprese avvenute durante la crisi del 2001. Quello che pochi sanno invece e’ che la sua vicenda comincia proprio coi mondiali del 1978, quando la famiglia Iurcovih, vicina alla giunta militare, ottiene un prestito dal Banco Nacional de Desarollo di 37 milioni di dollari, nell’ ambito di un progetto di relizzazione di strutture di accoglienza di alto livello per la manifestazione sportiva e costruisce l’hotel a cinque stelle. Solo che di quel prestito non verra’ mai ripagato un peso e, dopo una fraudolenta girondala di vendite e acquisti tra sigle fantasma, nel 2001 l’hotel fallisce, lasciando tutti i lavoratori per strada. I quali pero’ lo riaprono due anni piu’ tardi, dando il via ad una delle esperienze piu’ longeve di autogestione cooperativa piu’ longeve del paese, ancora del tutto funzionante 11 anni dopo. Nel frattempo tuttavia l’assemblea nazionale ha condonato il debito ai proprietari e ora il potere giudiziario e’ tornato a chiedere la restituzione dell’immobile, senza prevedere indennizzi ai lavoratori o allo Stato, che ha di fatto pagato per intero la costruzione dell’hotel in vista del mondiale. Nonostante tiri una brutta aria e la cooperativa dei lavoratori abbia lanciato una nuova campagna di solidarieta’ internazionale con la sua occupazione il caso della “Ceramiche Zanon”, forse la piu’ famosa tra le “fabricas recuperadas” argentine, fa ben sperare. Dopo 13 anni di occupazione e ricorsi legali i lavoratori hanno infatti ottenuto a fine 2012 la piena proprieta’ dell’attivita’, mentre i precedenti padroni venivano condannati al pagamento del fallimento .

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