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Se cambia il Brasile, cambia il continente. Presidenziali 2014: il futuro dell’integrazionismo sudamericano passa da Brasilia.

Avrebbe dovuto essere la solita corsa a due fra PT (Partito dei Lavoratori) e PSDB (Partito della Social Democrazia Brasiliana), la sfida che ha caratterizzato tutto il periodo democratico nel Brasile post-dittatura. I ’90 neoliberali di Cardoso, il nuovo millennio di “sviluppismo nazionale” a tinte socialdemocratiche, marchiato Lula da Silva e ora Dilma Rousseff. Invece nella campagna per le elezioni presidenziali del 5 ottobre prossimo e’ entrato a forza un nuovo contender, sconvolgendo il quadro politico che si andava commentando da diversi mesi: è Marina Silva, la candidata del PSB, il Partito Socialista Brasiliano.

Una campagna elettorale fin qui “quieta”, con la Rousseff saldamente in testa a tutti i sondaggi, ha infatti cambiato radicalmente corso dopo che il 13 agosto il candidato designato della seconda forza di opposizione, Eduardo Campos è morto in un incidente aereo, automaticamente sostituito dalla sua vice. In pochi giorni la metà femminile del duo presidenziale del PSB è stata capace di triplicare (dal 8% al 21%) le intenzioni di voto a favore del partito e innanzarlo fino alla seconda posizione, superando il PSDB di Aecio Nieves.

Gli ultimi sondaggi le attribuiscono un ulteriore avanzamento e se differiscono sui punti di distacco con Dilma Rousseff (5 per Ibope, 34% a 29%, con Neves al 19%, mentre soli tre giorni dopo Datafolha le dichiarava in pareggio al 34% con Neves in caduta libera al 15%) entrambe confermano il vantaggio della Silva sulla presidente uscente in uno scontato secondo turno.

Una eventuale caduta del PT significherebbe la fine (prematura?) di un ciclo politico di profondi cambiamenti nel paese, e aprirebbe forse a modificazioni sostanziali nel disegno strategico brasiliano per la regione.
Chi è Marina Silva

Prima candidata afroamericana alle presidenziali, figlia di raccoglitori di caucciù e analfabeta fino a 16 anni, evangelista ma favorevole ai matrimoni gay, la leader ambientalista Marina Silva si candida a governare la “nuova democrazia”, un misto di imprenditorialismo e diritti civili che sarebbe capace di raccogliere la autentica “eredita’” dei migliori anni del Lulismo, dopo la mala gestione del governo Rousseff.

La sua ascesa politica ha origine proprio da questa contrapposizione con la presidente uscente. La Silva era stata infatti ministro dell’ambiente del PT durante il secondo governo Lula, e aveva lasciato il partito per candidarsi alle presidenziali del 2010 proprio contro Dilma, conquistando alla guida del Partito Verde più di venti milioni di voti e il terzo posto complessivo. Quest’anno ci avrebbe riprovato candidandosi con la “red sostenibilidad”, una “rete” politica che però non ha ottenuto le firme necessari per presentarsi. E’ allora che le strade di Marina Silva e del PSB si sono incrociate: l’ex ministra ha negoziato il secondo posto in un ticket presidenziale con Campos, allineandosi alla agenda economica neoliberista del partito. Ora, rimasta sola, continua ad affermare che in caso di elezione lascerebbe il PSB per tornare alla “red”.

Il matrimonio di interesse con il PSB, tuttavia, ha già mostrato alcune crepe, causate dal rapporto disinvolto della Silva con il programma del partito. Prima c’era stato l’abbandono dei dirigenti Carlos Siqueira e Milton Coelho, poi quello del segretario nazionale per i diritti LGBT Luciano Freitas . Il programma diffuso dallo staff della Silva in cui si dichiarava l’appoggio al matrimonio gay era stato infatti repentinamente cambiato in seguito alle numerose proteste della comunità evangelica, ridimensionando il suo impegno ad un blando “sostegno ai diritti delle persone LGBT”. La modifica, pur alienandole alcune correnti del partito, le ha consentito di confermarsi la candidata ufficiale della chiesa evangelica , che in un Brasile cattolico rappresenta comunque il 22% dei fedeli.

Nonostante alcuni sondaggi mostrino l’enorme impatto avuto dalla morte di Campos sulle intenzioni di voto a favore del PSB, l’improvvisa popolarità della sua vice sarebbe però frutto anche dell’appoggio entusiasta di settori sociali dediti a calcoli politici meno “emozionali”.

Se infatti alcuni legano il suo improvviso successo all’appeal che avrebbe sulla classe media urbana, giovane ed istruita, ingrossata dalle politiche sociali del PT, altri lo riconducono ad un implicito endorsement del capitale nazionale, una “ribellione” della centrale finanziaria di San Paolo al governo di Brasilia. La candidatura “fumosa” della Silva, in bilico fra ambientalismo e accordi con l’agronegocio, diritti civili e conservatorismo economico, apparirebbe ora, morto Campos e scalzato Nieves, come la miglior ama per attaccare l’egemonia del PT e le sue politiche, considerate ostili al gran capitale.

Nonostante la sua immagine “nuova” e “radicale” infatti, la Silva sostiene una agenda economica che sorpassa a destra perfino il PSDB, incentrata sull’indipendenza della banca centrale, lo snellimento della burocrazia per le aziende, incentivi agli investimenti privati e una generale opposizione agli interventi macroeconomici della gestione petista. Non a caso la sua campagna elettorale è coordinata da Maria Alice Setúbal, ereditaria di Itau’, la banca più grande del Brasile, paragonata dalla Silva a Chico Mendes, il leader sindacalista seringueiro assassinato nel 1988.

Una faccia nuova e pulita per portare avanti quello che era già il programma economico di Campos quindi, apprezzato dalla Banca Mondiale e dagli investitori internazionali.

Lo staff di Dilma Rousseff ha reagito alla crescita della Silva accantonando i toni moderati tenuti fino a quel momento e accettando per la prima volta il confronto diretto con gli altri candidati, avviando una “offensiva” del PT contro la nuova minaccia proveniente dal centro dello spettro politico.

Oltre a giudicarla “inesperta” e inadatta a guidare il gigante sudamericano attraverso le molte sfide di ordine economico e sociale che lo aspettano, la presidente uscente ha più volte sottolineato come la candidata del PSB non goda di una base politica sufficiente a governare, il che la lascerà, se eletta, sprovvista dei voti necessari ad esercitare una azione di governo efficace. In un crescendo di propaganda “anti-Silva”, la Rousseff ha esplicitamente associato

La candidata del PSB alla disoccupazione e al modello agroesportatore di cui ufficialmente si proclama nemica, nonché’ deriso il suo atteggiamento da “salvatrice della patria”, paragonato alle presidenze Janio Quadros e Fernando Collor, terminate rispettivamente in abbandono e impeachment.

Infine il suo apparente progressismo sui diritti civili, in particolare riguardo alle tematiche della droga, aborto e omosessualità è ritenuto una finzione, maschera di una ferrea adesione ai principi della chiesa evangelica confermata da numerose dichiarazioni rilasciate negli scorsi anni, che farebbero della Silva la più conservatrice dei candidati alla presidenza.

Anche il PSDB ha dovuto correre ai ripari. Dopo che alcune indiscrezioni, smentite da Nieves, prospettavano un suo appoggio alla Silva nella corsa presidenziale, il candidato di centro-destra ha dovuto convocare lo stato maggiore del suo partito per elaborare un cambio di strategia capace di contenere la trascinante avanzata del PSB (e del PT) perfino nei feudi storici PSDB dello stato di San Paolo e Minas Gerais.

La affinità ideologica e di agenda economica fra il PSB e il PSDB è tale infatti che il grosso dei voti di quest’ultimo si sposterebbe quasi per intero su Marina Silva al secondo turno il 26 ottobre. L’obiettivo di Nieves è che questa emorragia di suffragi non si verifichi già il 5 ottobre.

La posta in gioco

C’è molto più che la semplice rielezione di Dilma Rousseff, in palio. Non a caso le voci già insistenti su una ricandidatura di Lula nel 2018 hanno trovato in questi giorni parziale conferma nel ruolo centrale che ricoprirebbe in un governo Rousseff-bis e spinto alcuni a suggerire che l’ex presidente possa addirittura sostituire in extremis la presidenta per queste elezioni, pur di evitare la sconfitta del PT. La leadership del partito nega con forza lo scenario, ma la pressione della base aumenta mentre si avvicina la data limite, il 15 settembre, per cambiare candidato in corsa.

In questa tornata elettorale la posta in gioco non è solo la permanenza al potere del PT, al governo dal 2003, quanto una idea strategica di paese e di società implementata grazie alla egemonia politica e culturale che il partito ha costruito in ogni livello della società.

I programmi sociali che hanno portato in dieci anni la classe media a raggiungere il 54% della popolazione e ridotto il numero dei poveri a meno di un terzo per la prima volta nella storia del Brasile (secondo dati della fundacion Getulio Vargas) sono stati accompagnati da una crescita esponenziale del controllo dell’economia da parte dello stato (attraverso la gestione dei fondi pensione, ad esempio 1) così come dall’aumento della presenza di sindacalisti o ex-sindacalisti legati al PT nei banchi del governo e nei board delle più importanti istituzioni finanziarie del paese.

Ma il Partito dei Lavoratori ha dimostrato anche di essere capace di costruire una strategia a lungo termine di rilancio della posizione del Brasile nella regione e nel mondo, che era rimasta sospesa per tutti gli anni ’80 e fino al “piano Real” del 1994. E di farlo, lontano dai riflettori della battaglia politico-elettorale, includendo anche gli avversari politici e relativi think thank, nello sforzo di disegnare un progetto nazionale che potesse sopravvivere alla alternanza fra PT e PSDB.

Nel 2004 il neo istituito Nucleo di Assunti Strategici (NAE) stilava il progetto “Brasile in tre tempi”, un documento di pianificazione con scadenza nel 2022 e passaggi intermedi nel 2007 e 2015 che toccava tutti gli aspetti della società, dall’ economia alla cultura, dalla difesa alle infrastrutture, dalla riforma dello stato alla integrazione regionale. Che le elezioni di ottobre cadano giusto in corrispondenza dell’inizio della terza e ultima fase del progetto è quindi un dato fondamentale, che arricchisce il significato politico-strategico della competizione in atto, destinata a designarne il nuovo “garante”.

Nonostante l’inflazione al 7% (ben sopra il target del 4,5%) e un rallentamento dell’ economia, il progetto strategico brasiliano sta raggiungendo i suoi obiettivi uno dopo l’altro, quantomeno in campo politico.

Dalla fondazione del G20 nel 2003 e dell’Unasur nel 2008, che ha scalzato la Organizzazione degli Stati Americani a guida statunitense, passando per l’affossamento dell’Alca nel 2005, la potenza sudamericana ha proceduto a tappe forzate verso l’integrazione continentale sotto la sua guida. Il rafforzamento dei rapporti diretti con l’Unione Europea e la Russia ha invece costituito l’anticamera di quella proiezione mondiale che il Brasile teorizza da almeno tre decenni, e che ha raggiunto vette inusitate in occorrenza dell’ultima conferenza dei paese Brics, in qualche modo sancita anche dalla organizzazione dei mondiali di calcio di quest’anno e delle olimpiadi nel 2016.

Dilma, nonostante la continua caduta di popolarità può ancora contare sull’intaccato radicamento del suo partito in ogni settore della società, fattore che, assieme agli indiscutibili successi raggiunti dal lontano 2003, potrebbe alla fine riconfermarla alla guida del paese. Non sorprende però che la tensione politica si stia alzando, anche fuori confine, dato il ruolo guida che il paese ha ricoperto da sempre nel continente e al quale ha impresso nell’ultimo decennio un deciso carattere “progressista”.

Il proseguimento di questo processo, o la battaglia per le sue spoglie, è questione che interessa da vicino le cancellerie di tutta la regione.

Cosa succederà se a trionfare nelle elezioni del mese prossimo sarà Marina Silva, magari con l’appoggio dei partiti di destra? Il progetto strategico brasiliano subirà cambiamenti solo apparenti o la sconfitta del PT metterà fine ad un decennio di integrazionismo regionale e proiezione mondiale del paese sudamericano, almeno nei termini conosciuti finora?

 

 

1- Jardim, M. A. C. (2009). Entre a solidariedade eo risco: sindicatos e fundos de pensão em tempos de governo Lula. São Paulo: Annablume.

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