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Nuovo default in Argentina?

Patria o Buitres: la prima volta e’ una tragedia, la seconda, forse, una farsa.

Gli ultimi tre-quattro giorni a Buenos Aires si sono vissuti con il fiato sospeso: uno spettro cupo ha contribuito a guastare il cielo sopra la capitale. Ha la foma di un avvoltoio e si chiama “default selettivo”, ma nessun aggettivo puo’ attenuare la carica esplosiva del termine, che 13 anni fa ha significato l’inizio di una delle crisi finanziare ed economiche piu’ devastanti nella storia moderna. Il panico si e’ diffuso assieme ai quotidiani mercoledi’ 30, quando era chiaro che i colloqui diretti tra il ministro dell’economia argentino Axel Kicilof e il mediatore Daniel Pollack, rappresentante di alcuni hedge fund statunitensi, non erano andati a buon fine.

Fino a dissiparsi in qualche modo, seguendo un copione ben collaudato nella storia argentina, con il discorso alla nazione della presidenta di ieri sera. Fuori dalla Casa Rosada infuriava la tempesta, nonostante un pressoche’ totale supporto in questo braccio di ferro finanziario: mentre centinaia di militanti manifestavano il loro appoggio all’esecutivo, i giornali di destra lo attaccavano, arrivando ad incolpare un presunto ritardo dei negoziatori argentini agli incontri come causa del loro insuccesso. Cristina Fernandez de Kirchner ha mostrato pero’ ancora una volta di sapere tener ben saldo il timone.

La sala sta esplodendo di attesa per sentirla pronunciarsi sul possibile default dell’Argentina, ma lei prende abilmente il climax per mano e con dialettica decisa e scherzosa stempera pian piano la tensione. Anzi, di parola in parola si costruisce una impalcatura retorica formidabile. Dopo aver passato in rassegna i successi dei programmi sociali passati e futuri e ripreso uno storico discorso del defunto marito Nestor Kirchner in cui gia’ nel 2004 ammoniva sul pericolo rappresentato dai fondi speculativi, le parole della presidenta sul default sono il via ad un tripudio di grida di sostegno: “Non firmero’ niente che non sia adeguato alla nostra dignita’ di nazione sovrana”.

Un altro default?

La storia, ovviamente, comincia nel 2001. Il debito estero, accumulato fin dagli anni ’50 esplode durante il periodo neoliberista degli anni ’90, fino alla famosa crisi del“corralito”. I bond nazionali diventano carta straccia, inoltre lo Stato sceglie di addossarsi molti debiti privati e di risarcire   (al ribasso) i cittadini creditori delle banche. Ne segue il “tango bond”, il debito viene rinegoziato, e rateizzato, con il 93% dei creditori, ma una parte, appunto, resta fuori. Sono i cosiddetti fondi “buitres”, avvoltoi. Vengono accusati di condurre “guerra economica” a paesi in difficolta’, una guerra sporca, senza dubbio. Perche’ la loro tattica, perfino in un mondo con pochi peli sullo stomaco come la finanza, e’ particolarmente ributtante. Acquistano il debito sovrano “in sofferenza”, sottovalutato, di paesi in forte crisi, e ricorrono in tribunale per ottenere la restituzione dell’intero valore nominale dei bond posseduti.

Il gruppo di Paul Singer e altri due fondi speculativi sono i “buitres” della vicenda, ai quali nel 2013 il tribunale federale di New York da ragione, condannando l’Argentina a pagare 832 milioni di dollari un debito originario di circa 50 milioni. Gli ultimi mesi sono quelli di una contrattazione serrata con il giudice Griesa, autore dell’ingiunzione: il debito verra’ pagato, ma si chiede tempo per rateizzarlo. L’urgenza per Buenos Aires e’ infatti sigillare il pagamento dei debiti riguardanti il 93% dei creditori, che hanno sottoscritto gli accordi, fra cui il “Club di Parigi”, evitando che questi possano avvalersi della clausola RUFO (Rights Upon Future Options) e chiedere di piu’ nel caso, ormai scontato, di un trattamento migliore riservato agli hedge funds statunitensi.

Il governo ha quindi intrapreso un strategia chiara: metterli uno contro l’altro. Depositando una tranche di pagamento di 642 milioni ai creditori europei in una banca di New York, l’Argentina sapeva che sarebbe stata bloccata dal giudice Griesa, dando la priorita’ al pagamento (1,3 miliardi piu’ interessi) dei fondi che si sono rivolti a lui, e riuscendo ad ottenere che le pressioni internazionali per un rilassamento della negoziazione della parte “buitres” del debito aumentassero.

Di fatto il giudice ha “liberato” una parte dei fondi, destinati alla spagnola Repsol, dopo la ri-nazionalizzazione della petrolifera YPF nel 2012.

Tuttavia la manovra non ha risolto la situazione, e cosi’ la Kirchner ha dato indicazione di tentare un accordo con i “buitres”, spostando il pagamento all’inizio del 2015, quando la clausola Rufo sarebbe ormai scaduta, una sortita basata sulla manifestazione della volonta’ di non sottrarsi al debito, rappresentata dal pagamento ai fondi europei gia’ fissata con scadenze nel 2015,2016 e 2017.

Mentre le immagini di un ottuagenario giudice Griesa che presiede le sentenze contraddicendosi in continuazione e senza comprendere gli oratori infiammavano un’ opinione pubblica gia’ indignata dalla vicenda dei fondi speculativi, l’ultima mediazione tra il governo argentino e gli hedge funds falliva.

Il mercato, come al solito, ha detto la sua eloquentemente. Standard & Poor’s, terminati i 30 giorni concessi per pagare, ha declassato il debito argentino da CCC-C a SD, dichiarando di fatto il “default selettivo” rispetto ad alcuni pagamenti in moneta estera, ossia quelli legati alla tranche ferma nella banca di New York. Wall Street e le borse di San Paolo, Santiago de Chile e Madrid registravano ingenti perdite legate a compagnie con interessi in Argentina, aprendo di fatto l’inquietante scenario del secondo default in tredici anni.

Il significato politico interno

La sentenza sui fondi “buitres” riveste un’importanza politica notevole anche sul fronte interno. Costituisce anzi, al netto di un decennio di protagonismo inusitato in tema di diritti civili e programmi sociali, il vero banco di prova del governo, il vero “bilancio” del Kirchnerismo. Ai voti dei settori popolari nell’elezione del 2003 di Nestor Kirchner si erano sommati infatti quelli di una classe media che voleva anzitutto la ripresa economica, uno Stato piu’ solido, chiudere con la disastrosa gestione Menem. La scelta rispetto al debito estero allora fu una tiepida via di mezzo, rinunciando al Fondo Monetario Internazionale ma senza avviare un processo di “audit” del debito per individuarne almeno la parte “odiosa” (sicuramente rilevante) e non pagarla, come ha fatto Correa in Ecuador. Contava sicuramente la dimensione dell’economia argentina, e la volonta’ di non essere considerati “pariah” finanziari dai mercati troppo a lungo. Con l’onda lunga della crisi di inizio secolo, e rappresentandone in un certo senso la fine, che avverra’ tecnicamente con l’ultima tranche di pagamenti nel 2017, ora questi nodi vengono al pettine. Anche perche’ se tutto dovesse andare male, il debito verrebbe “ripristinato” ad un totale piu’ alto di prima della ristrutturazione. Attaccata da sinistra per aver pagato, e da destra per non pagare subito, la leadership Kirchnerista dovra’ giocarsi bene questa partita se non vuole perdere molto del patrimonio politico accumulato in questi anni, anche grazie a come aveva gestito il default.

Il sostegno internazionale

Nonostante tutto, la situazione potrebbe essere migliore di quanto sembri.

Il governo argentino del 2014 non e’ lo stesso del 2001. Ha una forza politica e una presenza internazionale incomparabile e, soprattutto, ha i soldi per pagare. Sta cercando di usare questa posizione di (relativa) forza ritrovata per negoziare condizioni di pagamento migliori, ed evitare la clausola RUFO di cui si diceva, rimandando i pagamenti al 2015. Ma, andando oltre il suo interesse particolare, sta anche ponendo al mondo il problema dei fondi speculativi, delle ristrutturazioni del debito sovrano, delle “vendette” dell’Fmi verso chi rinuncia al suo “aiuto”, della giustizia americana e internazionale a senso unico che favorisce sempre i diritti dei privati su quelli dei popoli.

Se Christine Lagarde annuncia che un default dell’Argentina non sarebbe una catastrofe, date le dimensioni della sua economia, altri attori sono, per diverse ragioni, piu’ interessati a sostenere la posizione di Buenos Aires. Il supporto unanime appena incassato alla conferenza Brics, quello del Mercosur e degli altri paesi sudamericani, perfino quello degli altri creditori internazionali e di alcuni settori del governo statunitense che vedono con preoccupazione le future ristrutturazioni del debito sotto l’influenza dei fondi “buitres”. Anche il segretario dell’Onu Ban Ki Moon ha invitato la comunita’ internazionale ad affrontare come questione “cruciale” l’azione dei fondi speculativi “buitres”.

Che oggi riguarda (di nuovo) Buenos Aires ma che domani potrebbe riguardare altri paesi, anche europei, come in passato ha colpito Peru’ e Congo, dove il fondo di Singer e’ riuscito a farsi rimborsare 4-5 volte le somme investite in titoli di Stato.

Cio’ che non deve sfuggire, oltretutto, e’ il dato di fondo per cui l’Argentina il debito di 9,7 miliardi di dollari lo sta pagando per intero, dissanguandosi con versamenti che ammontano a cifre spaventose.

Se nel 2001 fu una tragedia, oggi il “default selettivo” attribuito all’Argentina sembra proprio la “farsa” grottesca di un sistema finanziario predatorio che, proclami a parte, non si e’ in grado di arrestare nemmeno di fronte ai debitori piu’ fedeli dei vari “avvoltoi” occidentali.

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