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Argentina: metà governo imputato, l’opposizione alza il tiro

Il fu procuratore Alberto Nisman aveva chiesto l’imputazione della presidentessa Cristina Kirchner, la prima volta nella storia argentina che cio’ accade, oltre al ministro Timerman e ai militanti sociali Esteche, Larroque e D’elia per un presunto accordo con il governo iraniano con il quale avrebbero indirizzato le indagini sulla “AMIA”, la mutua ebraica attaccata nel 1994 con un’autobomba, su un binario morto.

Pur avendo depositato la denuncia, non aveva fatto in tempo a darle seguito, essendo suicidatosi misteriosamente nel bagno di casa sua alcune ore prima di recarsi in tribunale per dichiarare. Come avevamo già raccontato  le sue accuse si sono poi rivelate inverosimili e non suffragate da prove.

Ciononostante il suo successore, il procuratore Gerardo Pollicita, ha portato a termine la richiesta di imputazione formulata dal collega, fornendo una lista di prove sufficienti ad aprire le indagini e richiedendo numerose perquisizioni ed investigazioni ulteriori sulle intercettazioni telefoniche fin qui raccolte. La presidenza argentina è quindi a tutti gli effetti sotto processo, e le sorti di questa super-denuncia sono nelle mani del giudice Daniel Rafecas, recentemente nominato per seguire gli sviluppi del “memoriale Nisman”.

Nel frattempo, e per tutta un’altra storia, è stata avanzata anche la richiesta di imputazione del primo ministro Jorge Capitanich, e dei ministri dello sviluppo sociale Alicia Kirchner e della salute, Juan Manzur.
Il procuratore Jorge Di Lello accusa i tre di “omicidio per omissione” di Nestor Femenia, un bambino della comunità indigena Qom morto per denutrizione l’8 gennaio scorso. L’accusa, che potrebbe avere il vantaggio di aprire un dibattito sulla condizione delle comunità indigene nel paese, appare però un attacco al governo, e Capitanich l’ha bollata come “operazione politica”.

Infine oggi si svolgerà nella capitale una “marcia di procuratori” che si prepara da settimane, il “18F”. Convocata ufficialmente per ricordare Alberto Nisman, ha rapidamente preso le sembianze di una manifestazione politica di opposizione guidata da alcuni settori del potere giudiziario.
La “guerra” dei procuratori (e dei giudici, dei consulenti…)

La polarizzazione del campo politico riguardo agli ultimi episodi giudiziari si riflette sulla designazione di procuratori, dei giudici e perfino dei periti di parte.

La nomina da parte della procuratrice generale Alejandra Gils Carbó del gruppo che continuerà le indagini di Nisman sulla Amia, composto dai procuratori Sabrina Namer, Roberto Salum, Patricio Sabadin e dal coordinatore Juan Murray, tutti con esperienza nel campo della violazione dei diritti umani e uno attivo nelle indagini sulla morte del figlio dell’ex presidente Menem, non è piaciuta per niente all’opposizione. Che si è affrettata subito a dichiararli inadatti, ritenendo almeno due procuratori su tre
“vicini al governo”.

Dall’altra parte i periti scelti dalla giudice Arroyo Salgado, avvocato di parte per le figlie di Nisman, ovverossia le sue, essendo la ex moglie, non sarebbero meno ideologizzati. Il medico forense Osvaldo Raffo e il criminalista Daniel Salcedo sarebbero stati, secondo il giornalista Horacio Verbitsky, legati a doppio filo al governo militare, con il primo accusato dalle Madri di Plaza de Mayo di aver firmato autopsie in cui si nascondevano le torture subite dai detenuti.

Poi il procuratore che accusa la Kirchner, Pollicita, ritenuto vicino al governatore di centro-destra della città di Buenos Aires, Macri, e a Raúl Martins, un ex agente dei servizi accusato dalla propria figlia di aver organizzato reti di prostituzione.

Infine lo stesso Nisman, da anni considerato alle dipendenze delle ambasciate statunitense e israeliana, come rivelato dagli “argenleaks” del 2011 .

“#18F”, la marcia dei procuratori contro il governo

Oggi la polarizzazione politica che si è andata accumulando in queste settimane, rinfocolata dal caso Nisman, verrà inscenata dalla “marcia dei procuratori”, una manifestazione per chiedere giustizia per la morte del procuratore, che avrà luogo a Buenos Aires.
Indetta da alcuni procuratori, la marcia del “18F” sta ricevendo una grande copertura mediatica e ha preso rapidamente le sembianze di un attacco diretto al governo. Nonostante la maggioranza dei procuratori nazionali e provinciali si sia dissociata, la marcia promette infatti di aggregare un fronte variegato, con diversi interessi ma potenzialmente pericolosa per la tenuta del governo, soprattutto se associata alle vicende giudiziarie che i suoi membri stanno vivendo. Non solo, potrebbe essere il passo definitivo verso l’affermazione di quella tesi che, pur senza alcuna prova, ha ormai convinto metà degli argentini: Nisman è stato ucciso dal governo, se non addirittura dalla presidentessa stessa, in un ridicolo climax di demonizzazione dell’avversario politico.

Cosa che sembra del tutto improbabile e comunque controproducente per gli interessi del Kirchnerismo, che ha fatto della difesa dei diritti umani una bandiera, vera o presunta che sia.
La sinistra in tutte le sue forme denuncia quindi la marcia come un chiaro tentativo di destabilizzare il governo- simile ai saccheggi “organizzati” di alcuni anni fa, dice Verbitsky  – orchestrato da impresari e oppositori che non hanno nessuna intenzione di scoprire la verità su Nisman o la Amia. Memoria Activa, una delle associazioni dei familiari delle vittime, denuncia la partecipazione (anche in qualità di organizzatori, come nel caso di Raúl Plee) di procuratori che da tempo vengono indicati come “depistatori” delle indagini. D’altronde lo stesso Nisman, dicono, conduceva una indagine che in dieci anni non è avanzata di un solo passo, se non per giungere alla conclusione che la colpa delle stragi è tutta dell’attuale governo.

La Casa Rosada da parte sua ha parlato di “golpe bianco” e di “golpismo giudiziario attivo”, accusando anche gli organizzatori della marcia di essere famosi difensori di narcotrafficanti e di militari della dittatura.

La tensione è comunque alta, tanto che la polizia ha dichiarato che presidierà la piazza senza armi.
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Orientarsi in questa situazione appare abbastanza complesso. In un anno elettorale fondamentale per il futuro del paese gli appetiti destabilizzatori crescono a dismisura e nel braccio di ferro manicheistico messo in scena dai media e dalla politica la prima vittima sembra essere ancora una volta la verità.

Oggi dovrebbe essere un giorno rivelatore anche per le indagini sulla morte di Nisman, guidate dalla procuratrice Viviana Fein e dal giudice Fabiana Palmaghini. Mentre la tv spazzatura offre un nuovo scoop al minuto, presentando improbabili testimoni e tesi alternative (concentrandosi, dall’altroieri, sul ritrovamento di un corpo carbonizzato ad un centinaio di metri da casa di Nisman) i sopralluoghi e gli accertamenti proseguono.

Dovrebbero infatti essere resi noti oggi i risultati delle perizie balistiche e degli esami tossicologici.
Le prime farebbero riprendere quota alla tesi che si sia suicidato, confermando l’autopsia fatta da medici forensi dipendenti dalla Corte Suprema e non dall’esecutivo. La posizione del corpo, la distanza dello sparo e gli spasmi cadaverici registrati confermerebbero infatti il suicidio.

L’unica perizia a non aver rintracciato polvere da sparo sulle mani di Nisman e’, fra l’altro, quella del discusso Salcedo e in ogni caso è stato dimostrato che armi usurate o proiettili vecchi possono non lasciare tracce, e anche la strana ubicazione della ferita mortale, due centimetri sopra l’orecchio, viene considerata inusuale ma più volte riscontrata nei suicidi.

Più interessanti invece i risultati dell’esame tossicologico – che dovrebbe dimostrare se il procuratore fosse stato drogato per essere ucciso e poi “sistemato” nella scena del suicidio, ritenuto improbabile- e soprattutto l’analisi del cellulare e del computer di Nisman per rintracciare qualsiasi indizio sulla sua morte.

Infine riappare in scena Jaime Stiusso, l’ex capo della counterintelligence in servizio dai tempi della dittatura, assessore di Nisman e uomo dei servizi esteri, colui che gli avrebbe detto di armarsi perché’ non era al sicuro. E che è rimasto nascosto dall’inizio delle indagini. Da qualche giorno, attraverso il suo avvocato, si è dichiarato disponibile ad essere interrogato, anche se si teme che negherà qualsiasi coinvolgimento che non sia già stato altrimenti provato.

Le richieste di imputazione di membri del governo, almeno quelle riguardanti il caso Amia-Nisman, dovrebbero finire nel nulla. Le accuse di depistaggio rivolte alla Kirchner e a Timerman come già detto non hanno basi. A rischiare qualcosa sono invece gli altri imputati, ma per l’articolo 172 del Codice Penale, ovvero millantata affiliazione al governo o ai servizi e traffico di influenze. Anche la tragica vicenda della morte del bambino Qom per denutrizione, che si vuole usare per mietere illustri vittime politiche, non dovrebbe portare a nessuna condanna. Farebbe quasi sorridere, se non fosse appunto una questione tremenda (solo due dati: in un paese di 40 milioni di abitanti, che produce cibo per 400 milioni di persone, sono almeno 750.000 i bambini denutriti), pensare al numero di processi che avrebbe dovuto affrontare l’ex presidente Menem per le vittime della crisi sociale prodotta dalla scellerata gestione neoliberale dell’economia negli anni ’90, e questo senza risalire a periodi ancora più bui della storia argentina. Non c’entra niente con la Amia, ovviamente, e fa ribrezzo osservare come la immensa valenza politica del fatto venga strumentalizzata da ambo le parti in una guerra d’immagine elettoralistica che fagocita qualsiasi cosa, spolpandola del suo vero significato.

Il clima politico è pero questo e minaccia di peggiorare in vista delle elezioni di Novembre.
Nella confusione del momento due gli aspetti sicuramente positivi. Anzitutto la riforma dell’intelligence (non votata dall’opposizione che pure la richiedeva da anni, altro segnale inequivocabile) che, pur con tutti i suoi imperdonabili ritardi e lacune, è stata finalmente approvata e dovrebbe garantire una parziale democratizzazione dei servizi segreti argentini e del loro utilizzo. Infine quello che nella bagarre politica tutti sembrano dimenticare: la ricerca dei colpevoli dell’attentato alla Amia (e all’ambasciata di Israele, due anni prima).
La pressione che la morte di Nisman ha riportato sul governo e la nomina di tre nuovi procuratori potrebbero forse imprimere una svolta decisiva alle indagini.

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